| Pubblicato su: | Il Regno, anno I, fasc. 26, pp. 1 | ||
| Data: | 22 maggio 1904 |

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Marx apparteneva ormai a quella casta di rentiers intellettuali, i quali si sono acquistati un nome, una fama, una formula, un aggettivo e i cui libri restano appollaiati sui palchetti delle pubbliche e private librerie, al riparo dalle mani immonde e dagli occhi curiosi. Le loro idee, o quelle che vengon credute loro idee, corrono il mondo — il loro nome spazia per mare e per terra — la loro autorità serve di sostegno a tutte le cause le loro frasi famose galleggiano sopra i discorsi d'occasione o in cima agli articoli gravi. Nessuno li legge più, ma tutti li conoscono. Essi godono in pace profonda la rendita dell'universale ignoranza.
Ma viene un giorno in cui, per caso, qualche uomo o meno occupato o più maligno, sale sullo scaffale e trae dall'ombra il libro sacro, quel libro di cui tutti citano il titolo sonoro, e s'inoltra oltre il frontespizio, supera le asperità dei capitoli e giunge, con eroica fatica al porto sicuro dell'indice. Allora s'egli legge tutto il libro s'accorge che le idee che vanno sotto quel nome non sono le sole idee che contlene o che sono le idee opposte a quelle che esprime, oppure che s'è scambiata per dottrina affermativa e centrale quella ch'era una fuggevole inclinazione esitante.
Qualcosa di simile è accaduto al profeta del socialismo scientifico e collettivista, a quel Carlo Marx che c'infliggono da tanti anni nelle cartoline illustrate e nei libri di economia politica, nelle medagliette d'ottone e nelle riviste serie, nelle litografie economiche e nei sermoni di maggio.
Giorgio Sorel e Arturo Labriola, a quel che ci raccontava giorni fa Guglielmo Ferrero, hanno fatto la grande scoperta. Marx non è mai stato veramente collettivista.
Egli ha fatto l'analisi critica della società capitalista e questa analisi, per quanto ormai invecchiata e smentita, resta il centro della sua opera. Quando si tratta di proporre qualcosa da sostituire alla società attuale, Marx sfugge, devia, esita, accenna ma non afferma.
Egli non ha mai inteso'di essere nè il profeta nè l'architetto del collettivismo, ed anzi la sua mente critica e realista lo portava piuttosto lontano da quel vago e ideologico e utopico collettivismo di origini prettamente francesi e non tedesche, che ebbe il suo primo creatore in Babeuf.
Tutto qUesto, è inutile negarlo, ci diverte assai. Non che siamo così poco intelligenti da creder morto il collettivismo perché Marx non è stato collettivista, ma ci piace vedere i ritorni dell'anima popolare, che ripeto ora, esattamente, i fatti dei primi tempi cristiani, quando tutte le nuove eresie o i nuovi dogmi venivano sostenuti coll'autorità di profeti o di dottori che non avevan neppur pensato lontanamente qualcosa di simile.
E il nostro compiacimento ci spinge a fare due modeste domande: Se Marx non è stato collettivista chi è mai collettivista nel socialismo scientifico, marxista, positivo, ecc., ecc.? E se il socialismo non è collettivista in cosa consiste, teoricamente, il socialismo?
Ma queste domande sono così ingenue che a nessuno verrà la voglia di rispondere.
E neppure a noi.
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